Conversazione con Gualtiero Cannarsi sulla prima edizione italiana di Evangelion – Parte 1

Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2019 da Amministratore

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A seguito della lettera aperta recentemente diffusa da Francesco di Sanzo a proposito della prima edizione italiana di Neon Genesis Evangelion, abbiamo pensato di rivolgere delle domande a Gualtiero Cannarsi, direttore artistico e autore dell’adattamento italiano della serie originale.

* * *

Ciao Gualtiero, e grazie per rilasciare questa intervista speciale per il nostro Magazine!

Ma quale “intervista”, che parolona…! Facciamoci una bella chiacchierata e vediamo se ne viene fuori qualcosa di interessante (ride).

Allora cominciamo con una nota personale: che cosa è stato per te Neon Genesis Evangelion?

Così, in assoluto? Vedi, per me ShinSeiki Evangelion è stato molto importante, su vari livelli. Sia professionalmente sia personalmente. Partendo dal presupposto che sono una persona che ha fatto di una sua passione giovanile il suo mestiere, bisogna dire che quando mi affacciai inizialmente su questo “mondo”, il titolo che per me era più intenso era Fushigi no Umi no Nadia. Ai tempi del mio liceo era stata una serie animata che mi aveva rapito del tutto. Be’, una delle ragioni per cui ShinSeiki Evangelion venne acquistato dalla Dynamic Italia è che io con Nadia avevo stressato così tanto il direttore, Francesco Di Sanzo, che quando uscì una nuova opera dello stesso regista lui la volle acquisire (ride).

Dici sul serio?

Sicuramente quella cosa mi venne detta, magari anche un po’ tra il serio e il faceto. E di certo il fanatico della GAiNAX in azienda ero io. Comunque per essere chiari non mi occupavo di acquisizioni, non è mai stato il mio campo. E suppongo che, in ogni caso, la serie si subodorasse fin da subito come esplosiva.

Di che periodo parliamo, per la precisione?

Direi l’inizio del 1996. Di sicuro la serie non aveva ancora concluso la sua primissima messa in onda in Giappone. Ricordo che a me personalmente venne poi passata una VHS registrata amatorialmente dalla televisione (giapponese, appunto), che conteneva gli episodi dal primo al diciannovesimo. A pensarci ora, non si sarebbe potuto trovare un cliffhanger migliore…!

Come avvenne l’acquisizione per il territorio italiano?

Mi verrebbe da dire che si trattò un grandioso affare (ride). In realtà per la nostra azienda credo fosse un progetto molto ambizioso, in primis perché se ben ricordo noi acquisimmo Evangelion insieme alle nostre consociate europee, quindi per più territori linguistici diversi. A quei tempi la Dynamic Italia aveva ditte omologhe per i territori di lingua francese, spagnola e tedesca. Restava fuori l’importante lingua inglese, e infatti questa acquisizione venne da noi gestita anche tramite la A.D.Vision, un sub-licensor americano, alla quale per contro noi cedemmo la licenza di un altro prodotto, ovvero la serie animata Street Fighter II V. Questo accadeva sempre nel 1996, quando ancora non era scoppiato il fenomeno Evangelion, che appariva ancora una serie minore andata in onda su una piccola emittente locale di Tokyo, anzi mi pare che TV Tokyo a quei tempi si captasse solo su metà del territorio di Tokyo, o almeno così si diceva (ride).

Evangelion per Street Fighter II V? Sembra davvero un ottimo affare…

Vero? C’è da dire che Street Fighter II V era una serie animata graziosa e nulla più, tutto sommato piuttosto insignificante, però ai tempi si trattava ovviamente di un brand molto forte, no? Dico, Street Fighter II era sulla cresta dell’onda! Al contrario Evangelion era un titolo sconosciuto, e non solo, era anche un po’ un prodotto minore, “un po’ sfigato”. Si sa che all’inizio le major del giocattolo giapponese si erano persino rifiutate di produrne i modellini. Quindi sulla carta era un brand davvero debole. Ma come ho detto, non mi occupavo di acquisizioni, quindi potrei essere smentito…

Ok, allora torniamo al tuo: dicevi che per te fu importante anche professionalmente.

Già, a livello professionale perché, proprio mentre noi stavamo cominciando a lavorarci su, esplose il successo in Giappone, e un pochino anche a livello internazionale. Non c’era Internet, o meglio non era ancora molto diffuso, ma sulle fanzine se ne incominciò a parlare molto. Iniziò a essere una serie molto attesa. E per noi era palese che questa serie aveva contenuti molto complessi. Molto più del solito. Questo portò al mio coinvolgimento sempre più approfondito sulla lavorazione italiana, sperimentammo involontariamente un sacco di modi di lavorazione pressoché inediti al tempo, che poi si sarebbero consolidati all’interno di Dynamic Italia. E penso che tutto il modo di lavoro che venne elaborato intorno all’edizione originale italiana di Evangelion abbia influenzato molto anche lo stile, il modo di lavorazione dell’animazione giapponese in Italia da lì in poi, con una maggiore voglia di fedeltà, di aderenza, di competenza. Penso che in qualche modo sia stato un po’ un punto di svolta nel nostro piccolo mercato, come dire che fu un colpo al bicchiere che agitò un po’ l’acqua all’interno di questo piccolo contenitore. Una tempesta in un bicchiere.

E per te in prima persona?

Fu proprio per me, prima di tutti, che le speciali necessità di Evangelion si resero estremamente formative a livello professionale: fino ad allora mi ero occupato solo di “rivedere e correggere copioni”, per renderli più aderenti alle traduzioni fornite. Invece con Evangelion venni per la prima volta “spedito” in sala di doppiaggio a seguire tutte le incisioni, e poi le lavorazioni audio successive, e poi tutto il resto. Ma come dicevo questa lavorazione per me fu molto formativa anche sul piano personale perché, fin da ragazzo, sono sempre stato piuttosto interessato alla filosofia, alla psicologia, alla sociologia, anzi, per essere più onesto dovrei dire “sono sempre stato interessato alla filosofia che sfocia nella psicologia”, tipo Freud, ma anche Schopenhauer, Kierkegaard, insomma la filosofia pratica, morale, etica. Quindi anche i contenuti di Evangelion mi catturavano molto, inoltre ero molto giovane quindi ero ancora molto permeabile a un certo tipo di influenza dalla finzione.

“Molto giovane” dici, ma quanto?

Come dicevo correva l’anno 1996. Io sono nato nel 1976, quindi avevo vent’anni. Non ancora compiuti, perché sono nato negli ultimissimi giorni dell’anno.

E all’età di vent’anni, quali difficoltà hai trovato nell’adattare una serie come Evangelion?

Come sempre, la prima e più difficile necessità è la ricerca della più profonda comprensione dell’originale. Ancora oggi, quando lavoro professionalmente sulla lingua giapponese parto sempre da una traduzione operata da un traduttore professionista, e poi in genere questa traduzione la discuto con lui. Ci ragioniamo insieme, la indaghiamo, la approfondiamo, la specifichiamo. Questo è un modo di lavoro che per me iniziò proprio con Evangelion a partire dall’episodio 11, che fu il primo a essere tradotto da Jouji, ovvero Giorgio Nardoni, che insieme a sua sorella Elisa sarebbe stato uno dei traduttori di punta anche per tutto il catalogo Ghibli. Prima di conoscere Jouji le traduzioni di Evangelion erano state… problematiche. Il contenuto era complesso, specifico in mille modi, anche molto otaku… e il testo era anche molto preciso, codificato, con tanti richiami interni. Be’, Elisa e Jouji in primis sono bi-madrelingua italiana e giapponese, hanno studiato in scuole giapponesi e hanno vissuto in Italia come in Giappone da residenti. La loro padronanza delle due lingue è altissima, certo, e quindi quando traducono possono farlo con qualsiasi “taglio” gli si chieda, ma poi noi andavamo a rivederci insieme l’intero metraggio per discutere ogni battuta, ogni parola. E questo per me è fondamentale, perché ci sono delle cose che in ogni caso non passano direttamente sulla pagina, nel senso che quando Elisa magari per farmi capire davvero una battuta di un film Ghibli mi dice: “Ah sì, questo me lo diceva mia madre quando ero piccola in certi casi…”, ovviamente non è solo una semplice traduzione, no? È un po’ di più, perché c’è la sensazione della lingua. Certo, è comunque la sensazione di una singola persona, quindi non è che questo scalzi il dato del dizionario, ci mancherebbe altro, però ci si aggiunge, vi si integra, è importante. E quindi, per quanto riguarda gli episodi di Evangelion dall’11 in poi, io avevo le traduzioni fatte da Jouji e le discutevo con lui, me lo ricordo molto bene perché è stato un periodo molto formativo per me. È stato un periodo in cui per lavoro ci occupavamo di Evangelion, oppure di Escaflowne, e poi per svago vedevamo Mononoke Hime (ride). A casa di Jouji, in quegli anni, ho cominciato a respirare un po’ dell’atmosfera della cultura giapponese. Per esempio l’amore per i film Ghibli in casa Nardoni era una cosa di famiglia, ereditata dalla madre. Quello fu il periodo in cui ci mettemmo a vedere tutto il the making of Mononoke Hime giapponese, che si intitola Mononoke Hime ha Koushite Umareta, tre lunghe videocassette forse da due ore l’una, ce n’era anche una tutta sul doppiaggio, e allora parlavamo di come Miyazaki Hayao dirigesse il doppiaggio da regista. È stato inestimabile, per me. L’innesco di infinite riflessioni.

Potresti andare più nello specifico?

Be’, diciamo che ai tempi di Evangelion molte risorse furono coinvolte in tutti i modi nel mio annaspare in maniera disperata su tutti i materiali di riferimento che si sarebbero potuti trovare. In Evangelion c’è molto realismo di ambientazione, innanzitutto. Il teatro di Evangelion è il Giappone reale.  E poi ci sono molti termini specifici soprattutto di biologia, genetica, ingegneria e psicologia. Magari usati in modo fantascientifico, ma sempre con quella minuzia, quel puntiglio terminologico tipico degli otaku. Non si tratta neppure di citazionismo, quella è altra storia, parlo qui del compiacimento fantascientifico di un autore come Anno Hideaki. E poi, be’, come dicevo c’è da considerare che era un periodo in cui Internet era pressoché agli albori, quindi anche le possibilità di contatto diretto con gli autori erano molto ridotte, quasi ridotte a zero. Io cercavo di utilizzare tutte le risorse disponibili, per esempio per quanto riguarda la componente scientifica-neurologica dei dialoghi mi recai all’ospedale civile della mia città e chiedendo a determinati colleghi di mio padre, che lavorava in loco, mi feci dare delle consulenze (ride)… anche perché non c’era Wikipedia; oggi probabilmente parlare di cose come Nervo A-10 o terminologie specifiche a livello di DNA (che so: Pribnow Box, Sigma Unit, Central Dogma…) è anche banale, ma ai tempi lo era un po’ meno. Oppure, sempre per esempio, per rintracciare precisamente i toponimi della zona di Hakone, dove si trovava Tokyo-3, quindi parlo di località tipo Goura, dove passa la Linea di Difesa Assoluta intorno a Tokyo-3, o Hakone-Yumoto, dalla cui stazione Shinji sta per partire alla fine dell’episodio 4, o la funivia di Komagatake, be’, sono tutte cose che oggi come oggi penso abbiano una o più pagine dedicate su Wikipedia, e forse pure su TripAdvisor, non lo so. Oppure ancora la Owakudani, la valle Owaku, dove Shinji scappa nell’episodio 4, e dove si vedono le solfatare, no? E il monte Futago, o Futagoyama, da dove parte il tiro a lunga distanza nell’episodio 6, e il lago Ashino, nella zona dei cinque laghi del Fuji… be’, questi sono tutti luoghi che dieci anni dopo avrei persino visitato personalmente, ma nel 1996-1997 su Internet non trovai nulla in merito (ride), quindi acquistai degli atlanti del Giappone, mi recai al Centro di Cultura Giapponese di Roma cercando materiale turistico, ogni cosa. Insomma, ai tempi bisognava documentarsi su tutte le risorse cartacee e umane disponibili. Mentre oggi da questo punto di vista la possibilità di ricerca è infinita… voglio dire: penso che ci siano ormai delle pagine web specifiche e dettagliate per ogni fermata di ogni linea di metropolitana di Tokyo, figurarsi. Ma ricordo ancora che quando andai in Giappone una delle mie prime volte, nel 2006, e visitai proprio la zona di Hakone e soggiornai in un ryoukan, chiamiamola una guest house a conduzione familiare… e i residenti locali si stupivano del fatto che io italiano conoscessi i nomi dei toponimi, cioè conoscessi il fatto che ci fosse una funivia di Komagatake, mi dicevano: “Ma tu che ne sai?”, e quando io gli dicevo: “Eh, perché nell’episodio 10 di Evangelion c’è Kaji Ryouji che parla con una spia sulla funivia di Komagatake” (ride), mi guardavano giustamente come l’otaku marcio che ero. Be’, nel 2006 Evangelion era già stato un grande fenomeno, però non c’era ancora stata la consacrazione mediatica della Rebuild, quindi non era ancora stato “il fenomeno del fenomeno”, e se ne parlavo con dei colleghi miei coetanei mi dicevano tutti: “Ah, Evangelion, che nostalgia…!”, come fosse una cosa ormai trascorsa, una cosa della loro passata giovinezza.

Eppure, anche con tutti questi sforzi di ricerca, tu hai spesso dichiarato che i tuoi copioni erano molto sbagliati. Quindi che cosa c’era di sbagliato?

Se parliamo in generale di errori, di difetti, di mancanze, tutto quanto di non corretto che c’era nell’edizione Dynamic Italia di Evangelion, allora quelli dipendevano da tanti fattori. Per i primi dieci episodi, prima del fortunato (per me, per noi) subentrare di Jouji, innanzitutto problemi con le traduzioni. E poi, data la complessità dell’opera, nonostante i miei sforzi il mio livello di comprensione dell’originale era sempre e comunque insufficiente. Voglio dire: forse anche la mia inesperienza dei tempi su un’opera meno complessa avrebbe pesato meno. Ma la combinazione fu quella che fu, alto livello di difficoltà e di complessità dell’originale, alto livello di inesperienza del soggetto coinvolto (ride): una pessima combinazione…

La conversazione prosegue e si conclude nella seconda parte.

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