Tre opinioni su Fireworks – Vanno visti di lato o dal basso?

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Lo stesso produttore di “Your name.” e una martellante (almeno in Giappone) pubblicità che strizzava l’occhio al film di Shinkai: “Fuochi d’artificio – Guardarli dal basso? Guardarli di lato?” (Fireworks) è uscito forse troppo presto per essere stato realizzato sfruttando la scia di “Your name.”, e non ci è dato sapere se è stato modificato per assomigliargli in fase di produzione o se è stata solo un’invenzione della campagna marketing; sta di fatto che l’omonima opera originale del 1993, un film per la televisione scritto e diretto da Shunji Iwai, non presenta quegli elementi stereotipati che condannano questa versione animata alla mediocrità assoluta. I personaggi di Iwai sono pre-adolescenti, ancora bambini, e certe ingenuità per loro normali appaiono strane e forzate nella loro controparte animata, ragazzi dalla voce e dagli atteggiamenti comunque “maturi”. Ciò che era una semplice (e per questo forte) storia di (potenziale) amicizia si trasforma nel ritrito amore tsundere segnato dal soprannaturale, con protagonisti che riescono ad essere meno caratterizzati rispetto a quelli della versione del 1993 nonostante questa duri quasi la metà. La trovata della sfera magica e le varie sequenze onirico-fantastiche non aggiungono niente e significano poco, sembrano esserci solo perché non possono mancare in una storia del genere simboleggiando un po’ il (non)senso di questa operazione: i pilastri irrinunciabili Estate-Minorenni-Campagna-Amore Impossibile di un film d’animazione giapponese ci sono tutti, ma risultano vuoti e non raccontano nulla che abbia davvero un peso. Quel che rimane è la canzone dei titoli di coda, un classico moderno del j-pop.

– Aldo

Regia Akiyuki Shinbo e produzione Shaft… E si vede tutto.
Si vede nei tratti tipici delle loro produzioni con il necktilting (ma nemmeno troppo) e un chades che richiama una versione giovane dei personaggi di Bakemonogatari (l’amico di Norimichi sembra un giovane Araragi mentre Nazuna è chiaramente una giovane Senjougahara) per non parlare del montaggio analogico che compare in diversi momenti, le architetture circolari ed esagerate e… La BAD CG.
Mioddio la BAD CG.
C’è veramente la necessità di ricorrere alla CG se non si è in grado di generare altro che oggetti BRUTTI che mal si integrano sulle scene? A cosa serve? Costa davvero meno che disegnarle? C’è un senso registico in tutto questo? La biglia è in CG a sottolineare il suo aspetto “non di questo mondo”? Ce n’è veramente bisogno?
Il resto prende a piene mani un po’ da Shinkai (boy meets girl, allontanamento, destino ineluttabile, shinkaiate a gogo), un po’ addirittura da Ghibli (coffcoffiltrenocoffcoff) e da Toki Wo Kakeru Shoujo di Hosoda (La Ragazza che Saltava nel Tempo ndR); se in Tokikake però si parlava di una storia di fantascienza tout-court, qua credo sia più corretto parlare di realismo magico o di urban fantasy dove abbiamo elementi “sovrannaturali” che si incastrano senza soluzione di continuità in un setting realistico senza il bisogno di una spiegazione, è un deus ex machina e a noi non deve interessare altro, chi si impunta sul fatto che la biglia non venga spiegata commette un tragico errore, sarebbe come pretendere di voler analizzare linearmente un romanzo come Ubik o Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, non avrebbe senso, qua quello che importa è il viaggio, non il mezzo.

Il viaggio, però, diciamolo, non è proprio dei migliori: la durata limitata del film (90 minuti) e l’inizio in media-res a mio avviso non permettono di stabilire una corretta empatia con i personaggi che vengono coinvolti in questa fuga attraverso le possibilità in modo assolutamente forzoso: il legame tra Nazuna e Norimichi che si instaura in un modo troppo forzoso un po’ come capita tra Taki e Mitsuha in Your Name, forse anche peggio, perchè se Taki e Mizuha condividono una esperienza estremamente intima come lo scambio dei corpi, Nazuna e Norimichi diventano complici in una fuga che sembra più un capiriccio di Nazuna che altro, tant’è che anche lei all’inizio pone in modo piuttosto plateale che, anche se tutto sommato preferisca Norimichi, sarebbe fuggita anche con l’amico, l’importante era scappare, con quale cavaliere è relativo, e a me ste cose vanno un po’ indigeste soprattutto per come poi è stata gestita la cosa, ok la principessa che si salva da sola ma se poi alla fine sceglie un cavaliere piuttosto che un altro tutto ritorna estremamente banalizzato e svuotato.

Insomma il finale mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, da Shinbo mi sarei aspettato di più ma evidentemente era anche il materiale di partenza a non essere dei migliori.

Ultimo grosso interrogativo sul titolo: che senso ha mettere Fireworks in inglese (titolo internazionale immagino?) e il sottotitolo in italiano? Misteri del marketing.

-Lord Gara

Inserendosi in un filone, quello dei “what if” di crescita giovanile, già ampiamente esplorato in animazione in film come “La ragazza che saltava nel tempo”, Fireworks riesce a ritagliarsi un suo senso ed un suo posto?

Sì.

Non propriamente per meriti di particolare originalità della storia o nella sceneggiatura, che rifacendosi a molti topoi degli anime non ha spunti memorabili, ma che cammina senza sbavature e che solo nel finale ha la sua unica grande peculiarità su cui si potrebbe in effetti intavolare una discussione. Il punto forte di questa produzione quindi risponde al nome di Akyuki Shinbo che sulle premesse di una storia, come già detto, non originalissima riesce ad imporre la sua regia, le sue visuali simmetriche, il suo ritmo sbilenco e quell’atmosfera straniante tipica delle sue produzioni. Intendiamoci, non siamo di fronte ad un copia e incolla di Bakemonogatari, anche se nella capricciosa ed enigmatica, quanto affascinante, Nazuna ci sembra di vedere qualche eco di un’altra ben più famosa eroina dai capelli viola. Forse proprio Nazuna è il personaggio più riuscito, il motore che innesca il breve e forse troppo repentino processo di crescita del protagonista Norimichi, che nelle pieghe di un fenomeno inspiegabile riesce a darsi un senso all’interno di una vita sonnacchiosa, esprimendo a pieno la gioventù sfuggente e troppo breve che spesso abbiamo visto descritta nelle opere giapponesi. Non trovo utile soffermarsi troppo sulle “specifiche tecniche” del fenomeno fantastico di questo film, in quanto sarebbe potuto essere di tutto, viaggi nel tempo, realtà alternative o poteri vari, tanto in fin dei conti è solo un mezzo tramite cui i protagonisti arrivano a prendere consapevolezza dei loro sentimenti. Su cosa voglia dirci davvero il film, credo sia tutto nell’interpretazione che ognuno darà del finale e forse non dare risposte, o meglio darne quante più possibili è stato proprio l’intento del regista?

Altro particolare notevole è il comparto musicale, sia negli accompagnamenti strumentali, che nella ending song, ma che trova il suo culmine con la bellissima cover di Seiko Matsuda “l’idol eterna” in una delle scene più belle e valide dell’intero film, che personalmente credo valga per intero il prezzo del biglietto.

Due parole sull’edizione italiana di Anime Factory, parlo della limited edition, anche se credo che certe nomenclature vadano utilizzate per ben altri tipi di confezione. Comunque per il prezzo a cui viene venduta non ci si può davvero lamentare, visto anche il booklet molto ben curato. Due parole sul doppiaggio, ho provato a guardare il film in italiano dopo avere ascoltato il primo quarto d’ora in lingua originale e personalmente credo siano state del tutto sbagliate le voci dei protagonisti, personalmente consiglio la visione sottotitolata.

-Godai

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